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Lavoro
01 Settembre 2022
Licenziamento collettivo e parità di genere
La pandemia e le sue ricadute hanno riacceso le riflessioni sul tema della disuguaglianza tra uomo e donna in ambito lavorativo, occupazionale, economico e retributivo.
I dati statistici dimostrano che i licenziamenti che hanno colpito la popolazione mondiale sino ad oggi si sono scagliati in larga parte sulle donne e che, in Italia, è peggiorato il divario con la media UE per l’occupazione femminile: stando a quanto rilevato dall’Eurostat, nel 2021 erano occupate il 49,4% delle donne tra i 15 e i 64 anni, a fronte del 63,4% della media Ue. In un clima così poco rassicurante, occorre che riprendano vigore i principi di uguaglianza di genere e di pari opportunità che hanno animato il dibattito internazionale negli ultimi decenni, conducendo all’adesione trasversale al gender mainstreaming di matrice europea, nonché all’adozione di quelle misure necessarie a fronteggiare le discriminazioni basate sul sesso e a consentire alle donne di sfondare il “glass ceiling” che, secondo la teoria di Marilyn Loden, impedisce loro di accedere a posizioni apicali.
Un punto di partenza in tal senso è rappresentato, fuor di dubbio, dalle oramai risalenti quote rosa, cui si è dovuto ricorrere nel tentativo di contrastare la segregazione di genere ed incrementare la presenza delle donne nei settori più rilevanti della vita politica ed economica del Paese: si pensi agli organi istituzionali degli enti locali e regionali, alla formazione delle liste elettorali, ai ruoli di vertice nelle società quotate e di quelle assoggettate a controllo pubblico.
Nondimeno, sotto il...