Le locazioni brevi, aspetto rilevante nell’ambito del mercato immobiliare, sono caratterizzate da un’infelice formulazione normativa, che rischia di creare disorientamento fra gli operatori.
La rapida espansione del mercato delle locazioni brevi, anche per effetto della digitalizzazione delle intermediazioni e di una significativa mobilità internazionale, ha indotto il legislatore a disciplinare la materia, con esiti che appaiono discutibili e che si sono tradotti, purtroppo, in una regolamentazione non priva di criticità: i settori fiscali, amministrativi e urbanistici, infatti, sono esposti a interpretazioni che possono condurre a palesi disomogeneità e contraddizioni.Emerge, fra gli altri, il tema della ripartizione delle competenze normative: l’intervento dello Stato è basato, essenzialmente, sugli aspetti fiscali e sugli oneri informativi; al contrario, gli enti locali spaziano sulla materia, assai eterogeneamente, per quanto concerne le autorizzazioni, i requisiti e gli aspetti quantitativi. Ne consegue che siffatta asimmetria genera una complessità che alimenta dubbi, segnatamente nei grandi centri urbani che presentano una rilevante mobilità dell’utenza. Le stesse criticità sono presenti anche in ambito tributario, dove è fluido il confine fra attività che si traducono in reddito fondiario o in reddito d’impresa. I criteri adottati dal legislatore, basati essenzialmente su parametri quantitativi, risultano spesso inadeguati in rapporto alle effettive dimensioni organizzative dell’attività in concreto esercitata. Da qui un non remoto rischio di accertamento, con inevitabile incremento del contenzioso. Controversa anche la questione...