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Diritto del lavoro e legislazione sociale 20 Marzo 2026

Offese al dirigente e giusta causa di licenziamento

La Corte di Cassazione ha stabilito che un’offesa rivolta al superiore, determinata da gesto d’impeto in parte giustificato, non configura giusta causa di licenziamento, ma al dipendente non spetta necessariamente la reintegra.

Quali conseguenze disciplinari può avere il comportamento di un lavoratore che, durante un momento di forte tensione, rivolge espressioni offensive a un superiore senza arrivare a formulare vere e proprie minacce concrete e reali? È attorno a questo quesito che si è pronunciata la Corte di Cassazione, con l’ordinanza 12.02.2026, n. 3146, con la quale ha chiarito il rapporto tra illecito disciplinare, giusta causa e proporzionalità della sanzione.La decisione ribadisce un principio consolidato dalla giurisprudenza: non ogni offesa rivolta a un superiore giustifica automaticamente il licenziamento; anche davanti a parole gravi o inappropriate, il giudice deve verificare “se la reazione del datore di lavoro sia proporzionata al fatto compiuto”.Il caso riguardava una telefonata molto accesa tra un operaio e la responsabile delle risorse umane, durante la quale il lavoratore aveva usato espressioni offensive. I giudici hanno però rilevato che da quelle parole non emergeva una minaccia concreta, né fisica né professionale. Il linguaggio era aggressivo e scorretto, ma non tale da raggiungere il livello di gravità che consente di licenziare senza indennità.Detto questo, gli ermellini hanno precisato che insultare un superiore non è una condotta irrilevante: si tratta di un “comportamento disciplinarmente censurabile e idoneo a incrinare il rapporto di fiducia” tra colleghi di rango diverso. Tuttavia, non può esistere alcun automatismo tra offesa e giusta causa....

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