La c.d. opzione donna costituisce uno dei principali strumenti di flessibilità in uscita del nostro sistema previdenziale, dal momento che consente alle lavoratrici dipendenti del settore pubblico e privato di andare in pensione con congruo anticipo rispetto ai criteri normativi vigenti. Introdotta in via sperimentale nel 2004, tale misura prevedeva inizialmente la possibilità di collocarsi a riposo con almeno 57 anni di età e 35 di contributi versati. Una volta maturato il requisito, l’accesso al pensionamento era posticipato da una “finestra” di 12 mesi che si estendeva fino a 18 per le lavoratrici autonome.
Con il tempo la legge subiva alcune modifiche che tuttavia non stravolgevano l’impianto originario, anzi, la Riforma Fornero del 2012 ne sanciva la prorogabilità annuale che di fatto la stabilizzava, portandola al superamento del limite temporale previsto per il 2015.
Negli ultimi anni, il suo indice di gradimento era notevolmente salito, grazie soprattutto alla progressiva riduzione delle penalizzazioni determinata dalla transizione al sistema retributivo, tanto è vero che i dati INPS riportano una media di quasi 21.000 domande annue accolte nel periodo che va dal 2019 al 2022. Le proiezioni per il 2023 parlano invece di cifre molto più basse: saranno più o meno 5000 le donne che usufruiranno del beneficio in questione.
A cosa è dovuto un così brusco ridimensionamento?...