Siamo tutti consapevoli che la storia dell'intero pianeta, verrà classificata per come era prima e per come sarà dopo il Covid-19. Senza indulgere alla retorica, possiamo affermare che ogni nostro comportamento è stato modificato, più o meno significativamente, dalla violenta diffusione della pandemia. Senza alcun preavviso, abbiamo dovuto cambiare i comportamenti individuali e collettivi. A caro prezzo abbiamo compreso, speriamo almeno di ricordarlo a lungo, che l'agire di un individuo o di un gruppo può determinare conseguenze “devastanti” per l'intera collettività. Abbiamo anche imparato che la “salvezza” dipende dalla capacità della collettività (leggasi Stato) di “organizzarsi” attraverso un apparato socio-normativo adeguato e dall'educazione dei singoli al rispetto delle regole di convivenza.
Purtroppo, solo in un mondo ideale si può prescindere da un sistema di controlli e da un apparato sanzionatorio. Non viviamo in un mondo ideale, tutti gli studi e le ricerche dimostrano che una fetta importante del nostro Paese tende, quando può, ad eludere le norme. Alcune stime parlano di oltre 3 milioni di lavoratori irregolari, con una perdita per lo Stato di circa 50 miliardi, tra evasione fiscale e contributiva. Se dimentichiamo questo la “ripartenza” diventerà “tana libera tutti”. Le richieste, spesso “strillate”, di “congelare” i controlli e le verifiche, potrebbero essere lette da chi non rispetta le regole, una minoranza ma significativa, come un salvacondotto per continuare a operare nell'illegalità.
I tanti datori di lavoro corretti sanno benissimo che il pericolo più grande per le loro aziende è rappresentato dalla concorrenza sleale, esogena e, soprattutto, endogena. Per capirci, se il costo della manodopera per un imprenditore che rispetta le regole è 100 e per i “furbetti” invece 40, si comprende che il vero pericolo non è il controllo da parte dello Stato, ma la mancanza di controlli. Una moratoria sui controlli potrebbe determinare la crisi di migliaia di aziende corrette a vantaggio di chi non rispetta le regole. Senza contare che, chi occupa manodopera “a nero”, evade le tasse e sono le tasse che finanziano, ad esempio, il sistema sanitario. Il nostro sistema sanitario è universalistico, con il limite, però, di non riuscire a distinguere il cittadino onesto che contribuisce al suo mantenimento dai “furbi” che lo usano ma non lo alimentano. La triste pagina della pandemia potrebbe essere lo stimolo per ridisegnare la vigilanza nel mondo del lavoro e rendere il nostro Paese un poco più giusto.
Bisognerà ripartire, naturalmente, dall'Agenzia unica per le ispezioni, riforma incompiuta come tante altre nel nostro Paese. Oggi l'Ispettorato Nazionale del Lavoro fatica a trovare una sua identità. L'idea fondante, ancora attuale e valida, era rappresentata dall'unificazione dei corpi ispettivi del Ministero del Lavoro, dell'Inps e dell'Inail, la pandemia ha dimostrato, in maniera plastica, che i tre soggetti ragionano ed agiscono ognuno per proprio conto. Gli ispettori ex Ministero vengono utilizzati per il controllo dell'applicazione dei protocolli anti-Covid, mentre gli ispettori Inps e Inail sono impiegati dai loro rispettivi enti in compiti “interni”, sicuramente importanti e legittimi, che cozzano, però, con le funzioni e l'unicità dell'INL. I problemi sono molteplici e non facili da risolvere, ma vanno affrontati.
Bisogna avviare una vera stagione “riformista” capace di costruire, anche in Italia, una vigilanza efficiente ed efficace. Occorre cambiare passo e bisogna farlo in fretta, è un dovere che abbiamo nei confronti dei datori di lavoro e dei lavoratori che ogni giorno fanno “salti mortali” per rispettare le norme, questi non possono essere sacrificati, non è eticamente accettabile e sarebbe un boomerang anche da un punto di vista strettamente economico. Un sistema economico “sommerso” indebolisce lo Stato e la capacità di rendere servizi ai cittadini e alle imprese. Un Paese costretto a disinvestire, per carenza di entrate, sulla sanità e sulla giustizia, solo per fare qualche esempio, diventa poco appetibile per gli investitori interni ed esterni.
Naturalmente non bisogna riproporre le vecchie ricette; oggi, come mai prima, abbiamo la necessità di modernizzare la macchina statale e di rendere agili gli “apparati burocratici”. Bisognerà puntare sulla qualità, smettendo di ragionare solo con la logica dei numeri. La ripartenza dovrà regalarci la consapevolezza che non viviamo più negli anni 70 e che oggi occorrono nuovi obiettivi e nuova tecnologia. In queste lunghe settimane di crisi sanitaria abbiamo sperimentato, nel pubblico e nel privato, lo “smart working”, ma c'era proprio bisogno di una pandemia per farci capire che bisogna lavorare per obiettivi e non rimanere legati alla “mera” timbratura del cartellino? La modernizzazione è un imperativo ormai ineludibile.
Quando il nostro Paese ha avuto la forza di guardare avanti ha ottenuto risultati incredibili. Il 20.05 abbiamo ricordato il 50° anniversario dello Statuto dei Lavoratori. In quel periodo storico e in quelle condizioni socio-economiche è stata scritta una pagine fondamentale nella storia del mondo del lavoro. Il coraggio di quelle norme e la lungimiranza degli estensori hanno prodotto risultati preziosi. Non ne hanno giovato solo i diritti dei lavoratori, ma anche la stabilità dell'intero mondo del lavoro. Pochi articoli, ma con un peso specifico enorme. Riuscire ad alleggerire il peso burocratico riprogettando un sistema di controlli efficace e non invasivo è la sfida di oggi. La scommessa, da vincere, è riuscire a ripartire eliminando le storture del passato per ambire ad un futuro migliore. Lo sforzo deve essere, prima di tutto, culturale, bisogna avere la capacità di individuare gli obiettivi da perseguire, non limitarsi, per pigrizia, a “quello che abbiamo sempre fatto”. Fare le stesse cose in tempi e condizioni diverse garantisce il fallimento e la toppa, di solito, è peggiore del buco. Rimoduliamo il nostro modo di lavorare, gestiamo il tempo e le risorse in maniera intelligente, sfruttiamo la tecnologia per ridurre costi e adempimenti. Solo vincendo questa sfida di modernità potremo “ripartire”, altrimenti ci dovremo, semplicemente, accontentare di “ricominciare” da dove ci eravamo fermati.
Nessuna persona, con un minimo senso civico, può accettare che la nostra economia e la nostra vita sia infettata dal virus dell'illegalità. Questo era vero già in passato, ma lo è ancor di più nel momento in cui, per l'emergenza, gli sforzi enormi dei molti onesti rischiano di essere vanificati dai disonesti. Questo virus, al contrario del Covid-19, non avrà mai un vaccino, ma si potrà curare con un'alleanza tra chi deve far rispettare le norme e la maggioranza, silenziosa, di imprenditori e cittadini onesti. Un nuovo patto sociale che faccia crescere il sistema Italia, capace di rilanciare anche economicamente il nostro Paese. Dobbiamo ripartire con l'ambizione di essere migliori, altrimenti non avremo imparato nulla.
