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Lavoro 21 Ottobre 2020

Parola d'ordine smart working. Con intelligenza

Da possibilità di nicchia a risposta anti contagio, con tutte le conseguenze che comporta in termini di ripensamento della vita sociale, degli spazi urbani, del nostro modo di vivere e di lavorare.

Smart working è diventata parola magica, una specie di proto-vaccino che salva migliaia di persone dai contatti e dalle possibilità di contagio. In realtà, è una modalità lavorativa su cui si riflette da almeno trent’anni, da quando è iniziata l’era digitale. Dall’inizio ha avuto connotati di innovazione orientati al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, anche riguardo agli aspetti ambientali: meno spostamenti, gestione dei propri tempi di vita, riduzione dell’inquinamento. Certo, non per tutti; ma una buona fascia di lavori intellettuali e impiegatizi è stata coinvolta in sperimentazioni che, in alcuni casi, hanno portato ad assumere strutturalmente lo smart working come una delle possibili modalità per espletare mansioni all’interno di un sistema impresa complesso, nella pubblica amministrazione e nelle professioni. Fino al nefasto ingresso del Covid-19 era una possibilità quasi di nicchia, riservata a specifici settori di imprese, anch’esse smart, che richiedono prodotti che “escono” dalla mente e, si sa, ognuno può far funzionare il proprio cervello in qualsiasi luogo. Poi è diventata un’ancora di salvezza per molte imprese ed enti pubblici, che hanno dovuto diradare i contatti all’interno delle strutture, tuttavia conservando una certa continuità di lavoro. Credo che alla fine, passata l’emergenza, lo smart...

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