Ci ha tenuto compagnia per tutta l'estate e ormai l'abbiamo pressoché assimilato, ma il cd. “Decreto Dignità” (cioè il D.L. 87/2018 convertito in legge 96/2018) continua a procurare il “mal di pancia” alle imprese e agli operatori tutti. Inutile rammentarlo ma, giusto per i più distratti, ci stiamo riferendo alla norma che, in un istante, ha riportato le lancette dell'orologio del contratto a tempo determinato a oltre cinquant'anni fa, e scusate se è poco.
Il problema principale non è costituito dalla norma in quanto tale (con qualsiasi nuova norma ci si può trovare d'accordo o meno, non è questo il problema), bensì dalla complessità della seppur breve norma stessa: una norma che porta a diverse interpretazioni e quindi, introduce in materia la totale assenza di certezze.
Purtroppo la complessità è probabilmente figlia di due differenti motivi, ben diversi tra loro: innanzitutto la norma è scritta male e spesso in maniera sibillina; in secondo luogo perché il decreto “sconta” il fatto che intende modificare una norma precedente (il D.Lgs. 81/2015) che andava in senso diametralmente opposto. E purtroppo a nulla è servita nemmeno la circolare esplicativa (?) emanata dal Ministero del Lavoro con sovrumano tempismo lo scorso 31.10, data ultima del periodo transitorio, a ben 3 mesi e mezzo dall'entrata in vigore...