Nel febbraio del 1970, con qualche mese di anticipo rispetto alla prima (storica) “Giornata della Terra”, alcuni studenti di una università della California seppellirono una Ford Maverick nuova fiammante per simboleggiare la necessità di un cambiamento epocale che mettesse sullo stesso piano l'ambiente (i vecchi motori combustione rappresentavano il simbolo dell’inquinamento californiano), l'economia (le grandi aziende orientate alla produzione massiva in serie, spesso adottavano politiche a danno dell’equilibrio del sistema economico) e la società (l’automobile sportiva rappresenta l’effimero, verso il quale quella generazione di giovani si stava orientando a scapito dei valori tradizionali, e la produzione industriale causava fenomeni di urbanizzazione e sovrappopolamento preoccupanti) e portasse a uno sviluppo globale che coinvolgesse tutti i settori dell’esistenza, a favore di una stabilità di cui avrebbero potuto godere anche (e soprattutto) le generazioni future.
A 50 anni di distanza, caratterizzati da sviluppo economico, apertura e abbattimento delle frontiere, progresso sociale, vediamo come l’individuo, la collettività, l’azienda, l’ambiente, l’economia, la finanza (in una parola, il mondo) possono trovarsi di fronte a una nuova necessità di scelta, il cui motore potrebbe essere rappresentato dalla reale capacità di agire per un interesse comune, che non può prescindere dal contesto ambientale. Il parallelismo con l’attualità appare, nella mia confessata ignoranza scientifica, abbastanza evidente, poiché il trasferimento di un virus dall’animale all’uomo è la base per capire che l’impronta dell’uomo sul pianeta ha un ruolo determinante. A parte le mutazioni genetiche, la trasmissione si è resa possibile attraverso un sistema ambientale favorevole, realizzandosi grazie a una serie di presupposti derivanti (un po’ come nel 1970) dalla deforestazione, dall’alterazione dell’ecosistema, dalla fragilità improvvisa della società della tecnologia, privata in modo quanto mai violento e inaspettato dell’insieme di relazioni che (con tutti gli alti e bassi) ha permesso la trasmissione della conoscenza.
Senza arrivare a dire che emergenze di questo tipo fossero state anticipate da i lungimiranti che avevano visto, a torto o a ragione, nel rapido diffondersi in alcune zone del pianeta di epidemie inattese (spesso in coincidenza dei grandi cambiamenti climatici) una potenziale minaccia per il globo, si può ipotizzare, in chiave positiva, che il cambiamento futuro possa nascere dalla rinnovata sensibilità dell’uomo per un interesse comune, che metta sullo stesso piano il benessere e il ruolo attivo dell’individuo nella società, dell’impresa nell’economia, della natura nell’ecosistema mondiale.
Esistono anche segnali che portano all’ottimismo e la vera sfida del presente (e del futuro) è quella di coglierli. Mai come oggi la tecnologia e la conoscenza sono state così a basso costo e (anche per questo) a disposizione di una vasta platea. Mai come in questi anni la prevenzione sanitaria ha avuto tempi di reazione rapidi e mirati. Mai come oggi cresce la consapevolezza del ruolo centrale dell’ambiente e della sua necessaria integrazione rispetto all’imprenditoria e alla quotidianità. Senza scomodare il famoso “rasoio di Occam”, alla base del pensiero scientifico occidentale (banalizzando, la soluzione vincente passa per la scelta più semplice), esistono decisioni a portata di mano, da cui partire con volontà comune e orizzonte univoco. Un esempio su tutti: un quarto delle emissioni deriva dalla produzione di calore ed elettricità, ma questo tipo di emissioni, con il sostegno della politica, è anche il più semplice da abbattere (gli studiosi ritengono che nel giro di soli 10 anni si possa avere una riduzione di oltre il 50%). E l’uomo sociale? Anche l’agricoltura e i consumi, insieme alla svolta sempre più ambientale e sociale (responsabile?) del mondo imprenditoriale, saranno inevitabilmente influenzati dal cambiamento, che potrebbe essere a buon titolo ricordato nei secoli futuri come uno di quelli che hanno indirizzato il corso della storia. I governi, e le loro decisioni politiche ed economiche, dovranno necessariamente supportare la riconversione attraverso un valido sistema di incentivi che abbracci tutti gli aspetti dell’azienda.
Nell’aria, come nella California del 1970, esistono oggi i semi di una nuova (o meglio, rinnovata) cultura, caratterizzata da un desiderio collettivo di rinascita. Il mondo di domani, a favore delle generazioni future, non assomiglierà né al 1970 né al 2020, ma non esiste una possibilità di tornare indietro, poiché i cambiamenti ecologici, sociali ed economici sono pressoché inevitabili, e spesso comportano sacrifici. Quello che deve diventare imprescindibile è il risultato della transizione, con il presupposto inevitabile di una dimensione unica. Accettare questa (ennesima) sfida inevitabile per l’umanità è probabilmente l’unica decisione che non ammette scelta.
