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Paghe e contributi 11 Luglio 2026

Riforma Cassa dottori commercialisti, aliquota minima verso il 15%

La bozza di modifica del Regolamento Unitario punta a rafforzare il montante previdenziale, con aumento graduale del contributo soggettivo minimo, maggiore quota di integrativo accreditata, meccanismi premiali più incisivi e misure mirate per giovani e pensionati che restano in attività.

La riforma della Cassa dottori commercialisti (Cnpadc) entra in una fase decisiva, ma non è ancora conclusa. Il Consiglio di amministrazione della Cassa ha messo sul tavolo un intervento ampio sul Regolamento Unitario, destinato a produrre effetti solo dopo il passaggio presso i Ministeri vigilanti, secondo lo schema proprio degli enti privatizzati di cui al D.Lgs. 30.06.1994, n. 509. Il punto va detto subito, perché nella prassi il rischio è di leggere la bozza come se fosse già norma vigente. Non lo è. È però una proposta strutturata e il suo senso è chiaro: chiedere oggi un maggiore sforzo contributivo per rendere più solide le pensioni future.

Il primo snodo riguarda il contributo soggettivo. Oggi l’aliquota è scelta dall’iscritto in una forbice che va dal 12% al 100% del reddito professionale netto, con un minimo soggettivo fissato per il 2026 in 3.180 euro. La bozza non interviene con uno scatto immediato, ma con una salita progressiva dell’aliquota minima: 13% dal 2027, 14% dal 2028 e 15% dal 2029, sempre che l’approvazione ministeriale arrivi entro il 2026. È una scelta politicamente delicata, perché aumenta l’onere minimo in ingresso. Allo stesso tempo, però, prova a correggere una debolezza del metodo contributivo: con versamenti troppo bassi, anche per molti anni, la pensione resta fragile.
La proposta agisce anche sul contributo integrativo, oggi applicato nella misura del 4% sul volume d’affari Iva. La parte che la Cassa riconosce sul montante individuale passerebbe dal 37,5% al 50%. In termini più comprensibili, la quota di integrativo destinata alla posizione personale salirebbe dall’attuale 1,5% al 2%, senza il limite temporale oggi previsto fino al 2032. Qui l’effetto è meno visibile nell’immediato, ma può pesare molto nel lungo periodo. Si tratta, in sostanza, di spostare più risorse dal finanziamento generale alla costruzione della pensione individuale.

Altro capitolo, non secondario, è la premialità. La Cassa riconosce una maggiore aliquota di computo a chi versa più del minimo. La riforma cambierebbe il meccanismo, rendendolo più coerente con l’aumento della soglia minima. Il premio non partirebbe più dal confronto con l’aliquota minima in sé, ma dallo scaglione successivo. A regime, con aliquota minima al 15%, il vantaggio partirebbe dai versamenti al 16% e crescerebbe fino a un massimo di 6 punti percentuali per chi versa almeno il 23%.

Per gli iscritti under 40 si introduce la cosiddetta promessa previdenziale. Nei primi 2 quinquenni di iscrizione, il giovane professionista potrebbe prenotare aliquote superiori a quelle effettivamente versate, senza obbligo definitivo. L’importo riferito al primo quinquennio sarebbe pagato in 5 rate annuali, senza interessi, dal 6° al 10° anno. Quello del secondo quinquennio dall’11° anno in poi. Se il piano viene rispettato, la Cassa attribuisce i versamenti al montante degli anni di competenza, con la maggiore aliquota di computo. Se invece il professionista non paga, o interrompe il percorso, le somme eventualmente versate vengono imputate all’anno del pagamento effettivo. È una misura intelligente, ma non priva di incognite: funziona solo se i redditi dei giovani crescono davvero.

La bozza guarda anche ai pensionati attivi. Per chi ha superato i 68 anni e continua a esercitare, resterebbe possibile versare fino al 100% del reddito professionale. L’aliquota minima obbligatoria, però, verrebbe ridotta alla metà di quella pro tempore vigente. La precisazione è importante: non si parla di dimezzare ogni contributo dovuto, ma di dimezzare la soglia minima percentuale per questa categoria. Infine, la riforma amplierebbe la rateazione dei contributi minimi, portando le rate da 2 a 4. È un intervento di cassa, più che di sistema, ma per molti studi può contare.

La direzione complessiva è abbastanza evidente. La Cassa non si limita a difendere la sostenibilità finanziaria, ma prova a spostare l’attenzione sull’adeguatezza delle prestazioni. Resta il nodo vero, forse il più scomodo: l’aumento del minimo aiuta la pensione futura, ma può pesare proprio su chi, nei primi anni, ha ricavi ancora instabili. Qui si misurerà la qualità concreta della riforma.