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Lavoro 08 Luglio 2022

Salario minimo: è davvero una panacea?

Per quanto utile, la sua introduzione non può prescindere da interventi di natura fiscale.

Il recente accordo europeo sul salario minimo è stato accolto da molti osservatori come un possibile rimedio a 2 gravi problemi che affliggono il mercato del lavoro di casa nostra: i bassi salari, fermi in Italia oramai da 30 anni; il c.d. “working poor”, cioè il lavoro povero che vede l’Italia ai primi posti in Europa. Ma le cose stanno veramente così? È davvero il salario minimo la soluzione di questi mali endemici? Riguardo al 1° punto, alcuni esperti hanno evidenziato come un aumento dei salari possa tradursi in una lievitazione dei costi per le imprese, che sarebbero inevitabilmente costrette a rincarare i loro prodotti, con la conseguenza che i consumatori vedrebbero ridotto il potere d’acquisto. Pertanto, il peso dell’aumento dei salari si riverserebbe, in ultima analisi, proprio sui beneficiari della misura, che, peraltro, rispetto ai cittadini più abbienti, destinano ai consumi una parte ben più significativa del proprio reddito. Molto più complesso e sfaccettato è invece “il lavoro povero” che non riguarda soltanto il lavoro dipendente, ma anche quello parasubordinato e autonomo in una galassia eterogenea di consulenti, partite Iva, giovani professionisti, attori, artisti, agricoli autonomi, precari, ecc. Per arrivare a una platea così vasta, il salario minimo evidentemente non basta ed è assolutamente necessario integrarlo con misure...

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