RICERCA ARTICOLI
Lavoro 09 Agosto 2019

Salario minimo o contratto collettivo?


Negli ultimi tempi è tornato alla ribalta il dibattito sul salario minimo grazie a due proposte di legge entrambe oggetto di vivaci discussioni ed accese polemiche. Senza entrare nel merito di queste due proposte, è tuttavia opportuno cercare di capire i motivi della diatriba, partendo da un dato allarmante: le retribuzioni dei lavoratori italiani sono al di sotto della media europea e l’Italia è ai primi posti nell’UE per quantità di working poors, cioè di persone che pur avendo un lavoro, vivono al di sotto della soglia di povertà. Da qui l’idea dell’istituzione di un salario minimo legale, ovvero di un limite al di sotto del quale non si può scendere nella retribuzione. Esiste nella stragrande maggioranza dei Paesi europei (ben 22 su 28), mentre quelli che non ce l’hanno, tra cui l’Italia, agiscono attraverso la contrattazione collettiva. E qui si erge il vero grande scoglio contro cui, per il momento, sembra infrangersi l’introduzione dell'istituto nel nostro Paese: organizzazioni sindacali e associazioni datoriali sono allineate nel sostenere l’inutilità del salario minimo, dal momento che i contratti collettivi arrivano a garantire la quasi totalità dei lavoratori e, semmai, bisognerebbe puntare a un rafforzamento di quelli esistenti, attraverso, ad esempio, l’estensione erga omnes per legge di quelli più rappresentativi. Inoltre, lo...

Vuoi leggere l’articolo completo?

Abbonati a Ratio Quotidiano o contattaci per maggiori informazioni.
Se sei già abbonato, accedi alla tua area riservata.