In occasione del controverso sciopero del pubblico impiego lo scorso 9.12.2020, i sindacati confederali avevano diffuso un documento contenente 10 punti critici nei confronti dell’attuale Governo: tra questi spiccava sicuramente l’assenza di un accordo in grado di disciplinare il lavoro agile nel settore pubblico. In particolare, veniva contestato al Ministero della Funzione Pubblica l’essersi arrogato il merito di collocare in smart working più di 2 milioni di dipendenti pubblici durante la crisi pandemica, facendo apparire tale circostanza come una riforma epocale e non, invece, per quel che realmente è stata e tuttora rimane, vale a dire una misura di emergenza sanitaria. Non solo, la comunicazione dell’esecutivo ha fatto sì che larghi strati dell’opinione pubblica abbiano percepito il lavoro da casa dei “fannulloni statali” come un intollerabile privilegio, per giunta caduto in un momento di grande sofferenza per diversi settori privati, inasprendo così l’odio sociale tra lavoratori.
Pur senza escludere un fondo di verità, tale giudizio appare ingeneroso e superficiale poiché non tiene nel debito conto il fatto che lo smart working costituisce non un esonero, bensì una diversa modalità di espletamento del proprio lavoro, spesso attuata tra mille disagi e difficoltà come nel caso della didattica a distanza degli insegnanti. Quale che sia l’opinione in...