La chiusura forzata e il necessario lavoro "da casa" dovrebbero portare un cambio di mentalità sia per datore di lavoro che per i lavoratori. Vuol dire, per esempio, passare dal pensiero “oggi ho lavorato tot ore” al pensiero “oggi ho chiuso tot dichiarazioni”.
Il 31.07.2020 terminerà (si spera) il periodo transitorio in cui abbiamo utilizzato lo smart working in modalità attenuata, dato che si è trattato per lo più di un “houseworking” che volenti o nolenti abbiamo dovuto applicare, senza poterci preparare prima. Da un giorno all'altro ci siamo ritrovati a lavorare nelle nostre case e abbiamo cercato di continuare a farlo come fossimo stati in ufficio, con le stesse logiche, perché non eravamo preparati. Il salto culturale è però passare a un'organizzazione del lavoro non più basata sul tempo ma sugli obiettivi da raggiungere, passando dal controllo a cui siamo abituati alla fiducia.
La tentazione di lavorare da casa come fossimo in ufficio, come se non fosse cambiato nulla è sempre presente, perché il controllo è più facile e dà sicurezza, è legato all'ansia da prestazione e alla paura di sbagliare attraverso gli errori degli altri. Nello smart working non c'è vincolo di orario né di luogo di lavoro. Non è quindi facile conciliare il lavoro con le esigenze dei clienti, che telefonano in orario di ufficio e sono abituati a trovare l'ufficio o lo studio aperto nell'orario “standard”.
Non è neppure facile dare fiducia alle persone, perché la fiducia è un processo che si costruisce nel tempo, attraverso la coerenza nei comportamenti. La fiducia si...