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Lavoro 24 Maggio 2023

Dal silenzio benedettino alla formazione 4.0

La regola monastica attraverso l'ascolto e la selezione degli infiniti stimoli comunicativi che popolano il mondo virtuale.

Sono forse passati gli anni durante i quali la formazione d’impresa, negli aspetti gestionali e organizzativi (risorse umane), si nutriva dell’apporto alternato di maestri di orchestra, allenatori di calcio o pallavolo o di altre attività sportive, capi brigata delle cucine stellate, registi, direttori di festival o di qualsiasi altra figura carismatica, dimostratisi imprenditori di successo.
Quegli esempi e quella mole di esperienza, che si sono tradotti spesso in didattica, resteranno naturalmente come risorsa formativa e probabilmente altra se ne produrrà, ricorrendo magari ad astronauti o, magari, ad avventurieri, influencer e a tutte quelle nuove figure che vivono in Internet riuscendo anche a guadagnare.
Trovo eccentrica e interessante, rispetto a questo approccio, l’idea di attingere a mondi considerati molto lontani dal fare impresa e che, invece, possono essere apportatori di riflessioni nuove.

Nel caso della regola di San Benedetto si è di fronte a secoli di esperienza, di coerenza e di deviazioni, di successo e di errori che ne fanno un’incredibile miniera di suggestioni e di riflessione. Già da alcuni anni i monasteri sono stati individuati come luoghi capaci di indirizzare gli imprenditori verso momenti di profonda riflessione attraverso l’esperienza, seppur breve, della vita comunitaria. Piccoli periodi assumevano soprattutto il significato di momenti di ricarica e di decongestione, ma poi qualcuno, e in particolare Massimo Folador, ha affrontato la regola benedettina come una risorsa formativa e di reindirizzo organizzativo dell’impresa. Certo è che trasporre una regola, nata più di mille anni fa, in situazioni attuali rappresenta già una bella impresa, considerando tutto quello che è successo in mezzo, in primis la nascita della modernità capitalista e il pensiero marxiano. Alcune sollecitazioni, tuttavia, possono essere tradotte (e in verità si sta già creando un pensiero strutturato in questo senso, vedi le encicliche di Papa Francesco) in un sistematico approccio formativo che ritengo di utilità strategica non solo per una individuale conversione, ma per una diversa organizzazione aziendale.

Prendiamo, ad esempio, l’immagine dell’imprenditore come uomo del fare che, in ragione di una trasposizione “benedettina”, deve divenire uomo del pensare (meditare) o, meglio, in osservanza alla regola, del pensiero che anticipa il lavoro, dell’unione tra l’ideare e il fare. Sia chiaro che l’imprenditore moderno è già tutto questo, poiché a monte c’è sempre ricerca, studio, razionalizzazione dell’esperienza, sperimentazione e poi progetto e attuazione. La regola ci insegna, però, che la fase di ascolto che esclude la sola direttività e che comprende dialogo e relazione, non è decisione dall’alto verso il basso, ma condivisione e anche umiltà. Prendo anche un’altra intuizione, tra le tante, che in qualche modo anticipa l’ascolto: l’importanza del silenzio. Ideare, essere creativi e capaci di unire fantasia e concretezza, ha bisogno di silenzio che non è isolamento, ma conversazione interiore, elaborazione e, soprattutto, selezione dei troppi stimoli comunicativi fuorvianti, inutili, eccessivi che popolano il mondo reale e virtuale. Il silenzio è una modalità di relazione con il mondo, non è estraniazione.

L’ascolto deve nutrirsi della capacità selettiva che produce una direzione nel bel mezzo di una complessità divenuta troppo complessa. Ebbene, estrapolando i concetti e facendoli rivivere, anche la vecchia regola benedettina ritorna a illuminare una possibile risorsa organizzativa, da esplorare e ricondurre ai giorni nostri.
Che silenziosi non sono.