La discesa a 500 milioni di euro della soglia dimensionale per l'accesso alla cooperative compliance non rappresenta un mero restyling normativo, ma impone un radicale cambio di paradigma per gli studi professionali. L'adempimento collaborativo, il cui baricentro risiede nel Tax control framework (TCF), sposta l'asse d'intervento dalla tradizionale difesa ex post alla prevenzione integrata del rischio fiscale aziendale.
Al momento, i professionisti abilitati a operare in veste di "certificatori" del TCF costituiscono una piccola avanguardia: si contano 135 commercialisti e 56 avvocati abilitati, sebbene i percorsi formativi in corso, basati su moduli stringenti e trasversali quali i sistemi di controllo interno, i principi contabili e il diritto tributario, registrino oltre 900 iscritti. Tuttavia, il dato quantitativo deve cedere il passo a una riflessione qualitativa, squisitamente operativa.
Cosa accade, nella quotidianità professionale, quando un'azienda cliente di medie dimensioni, magari con un'organizzazione diramata e con propaggini internazionali, si rivolge allo studio per valutare l'implementazione del TCF?
Il primo spunto critico è che il professionista non può (né deve) approcciare il TCF come se fosse un mero "visto di conformità" potenziato. La certificazione non si esaurisce in una sterile check-list. Operare in tale ambito richiede una contaminazione di saperi che va ben oltre la pura perizia tributaria: servono spiccate competenze aziendalistiche, dimestichezza con la fiscalità internazionale, padronanza delle operazioni straordinarie e una profonda intelligenza dei processi contabili. In termini pratici, la certificazione presuppone l'affiancamento all'azienda in una preliminare analisi costi-benefici, cui deve seguire un'attenta mappatura dei rischi latenti nei processi aziendali (il processo di Tax risk assessment) e la validazione del cosiddetto "ambiente di controllo" interno.
Di fronte a tale innegabile complessità, è del tutto illusorio pensare che la figura del "solista", storicamente centrale nella nostra professione, possa reggere l'urto del nuovo mercato. La necessità di una forte interdisciplinarità impone il lavoro in team. Ed è qui che la riforma fiscale offre agli studi professionali una leva che potremmo definire "interna" e propedeutica a quella esterna. La norma sulla neutralità fiscale delle aggregazioni, non a caso, si sta rivelando lo strumento principe per l'evoluzione degli studi tradizionali in società tra professionisti (STP), con gli studi legali che hanno visto un incremento delle compagini societarie dell'11,5% in un solo anno. Ristrutturare lo studio, fondendo diverse specializzazioni e mettendo a sistema più abilità, non è più una semplice opzione strategica, ma un prerequisito per offrire quella "rete" di competenze integrata, indispensabile per assistere le imprese più strutturate.
Tuttavia, all'interno dello studio, è doveroso un richiamo al realismo per evitare facili entusiasmi organizzativi. Se le medie imprese iniziano effettivamente a valutare i benefici di questi modelli di prevenzione del rischio, la pratica quotidiana ci restituisce un quadro assai più tiepido sul fronte delle imprese di piccole dimensioni. Nonostante il legislatore abbia previsto un regime opzionale con procedure semplificate, allo stato attuale si registra in quest'area una sostanziale e generalizzata assenza di interesse. L'appeal del nuovo istituto, come ampiamente dibattuto, resta confinato a quelle realtà che possiedono già un'organizzazione interna sufficientemente avanzata da sopportarne l'impatto procedurale.
In conclusione, l'orizzonte del TCF chiama avvocati e commercialisti a uscire dalla comfort zone del contenzioso, che pure vive una fase di profondo, e per certi versi atteso, rinnovamento con l'introduzione del magistrato tributario professionale a tempo pieno, per farsi veri e propri "architetti" della governance fiscale e dei processi aziendali. Agire in questa nuova quotidianità significa comprendere che il ruolo del certificatore non passa solo dall'acquisizione di nuove nozioni teoriche, ma richiede il coraggio di aggregarsi per poter competere.
