Suscita polemiche la bozza di decreto sulle delocalizzazioni che il Governo dovrebbe affrontare nei prossimi giorni. Tra chi trova il testo eccessivamente blando per il mitigato regime sanzionatorio, e chi invece lo identifica come uno strumento repressivo della libertà di impresa, vale la considerazione che la misura si aggiunge (anzi, la precede) alla procedura e alla tempistica già previste per i licenziamenti collettivi. D'altra parte, forte è stato lo sconcerto per i recenti licenziamenti comunicati ai lavoratori, da un giorno all'altro, con un semplice messaggino. Altrettanto vero, però, è che sarebbe necessario affiancare un tale provvedimento con misure che rendano più appetibile investire in Italia e rimanervi.
Peraltro, le disposizioni della bozza di decreto non richiedono necessariamente una delocalizzazione intesa come spostamento del sito produttivo, bensì si applicano ogni qualvolta ci si trovi davanti a una cessazione definitiva di attività dovuta a ragioni non determinate da squilibrio patrimoniale o economico-finanziario che renda probabile la crisi o l'insolvenza dell'impresa.
Destinatari della norma sono le imprese che al 1.01 dell'anno in corso occupano almeno 250 dipendenti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, imprese quindi che sono normalmente dotate di bilanci, preventivi e consuntivi, di organi di controllo, di proiezioni finanziarie, cioè di...