Nel corso delle audizioni parlamentari sul decreto fiscale svoltesi il 14.04.2026, è emersa la possibilità di introdurre una flat tax sui redditi da lavoro domestico. La proposta, avanzata dal presidente della Commissione Finanze del Senato, ha ottenuto un riscontro positivo anche dal direttore dell'Agenzia delle Entrate, segnalando un'apertura istituzionale concreta verso una riformulazione del regime fiscale del settore.
Nel quadro normativo vigente, il contratto di lavoro domestico, disciplinato dalla L. 339/1958 e dal Ccnl di settore, configura a tutti gli effetti un rapporto di lavoro subordinato; tuttavia, l'ordinamento tributario esclude i datori di lavoro domestico, tipicamente nuclei familiari e privati, dall'obbligo di operare ritenute fiscali alla fonte. Di conseguenza, le retribuzioni corrisposte a colf, badanti e assistenti familiari non sono decurtate dell'Irpef in busta paga, il lavoratore percepisce l'intero importo lordo e provvede autonomamente alla propria posizione fiscale, presentando il modello 730 privo di sostituto d'imposta o il modello Redditi PF, qualora i compensi percepiti eccedano la soglia della no-tax area.
In capo al datore di lavoro domestico residua unicamente l'obbligo di rilasciare un'attestazione delle somme corrisposte, senza alcuna funzione di intermediazione tributaria. Tale impostazione, se da un lato semplifica gli adempimenti delle famiglie, dall'altro produce un disallineamento strutturale tra i meccanismi di controllo fiscale applicabili al lavoro dipendente ordinario e quelli propri del settore domestico.
Il settore del lavoro domestico è tradizionalmente caratterizzato da un'elevata incidenza di irregolarità fiscali e contributive e le stime disponibili indicano che oltre la metà dei rapporti di lavoro non risulta correttamente denunciata ai fini Irpef, con un impatto significativo sul gettito erariale. Il legislatore ha già tentato di arginare il fenomeno intervenendo sul piano dell'integrazione informativa. Si ricorda, infatti, che la legge di Bilancio 2024 ha rafforzato l'interoperabilità tra le banche dati dell'Agenzia delle Entrate e dell'Inps, con l'obiettivo di incrociare le informazioni relative alle posizioni contributive dei lavoratori domestici con i redditi effettivamente dichiarati. L'analisi integrata dei flussi di assunzione, dei contributi versati e delle retribuzioni imponibili consente agli enti di individuare disallineamenti potenzialmente indicativi di irregolarità; si tratta tuttavia di uno strumento di natura selettiva e reattiva, non strutturalmente idoneo a prevenire l'evasione alla fonte.
La proposta in esame mira invece a intervenire a monte del problema, modificando il meccanismo di prelievo fiscale. In dettaglio, il progetto prevede che i datori di lavoro domestico assumano il ruolo di sostituti d'imposta, con l'obbligo di trattenere e versare direttamente gli importi calcolati sulle retribuzioni corrisposte, alla stregua di quanto già previsto per la generalità dei datori di lavoro. Il nuovo meccanismo si realizzerebbe mediante un'imposta sostitutiva dell'Irpef, con aliquota proporzionale fissata al 5% nella fase di avvio, destinata a salire progressivamente fino al 15% nel corso di un triennio. Si tratterebbe, evidentemente, di un incentivo alla regolarizzazione, realizzabile attraverso una riduzione del carico fiscale effettivo rispetto alle aliquote ordinarie Irpef, che ridurrebbe la convenienza economica dell'evasione, rendendo più appetibile la compliance. Sotto il profilo operativo, nell'ottica di rendere praticabile il nuovo obbligo, si ipotizza il ricorso a modelli F24 precompilati e a sistemi integrati con le piattaforme dell'Inps.
L'automatizzazione del flusso informativo e l'interfaccia con i canali già utilizzati per il versamento dei contributi previdenziali potrebbero consentire di gestire l'adempimento fiscale in continuità con quello contributivo, riducendo significativamente la complessità percepita.
