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Società e contratti 10 Giugno 2026

Responsabilità sociale d’impresa, utopia o misura di maturità?

La responsabilità sociale d’impresa è presentata come misura concreta della maturità del capitalismo: non solo reputazione, ma scelte verificabili su ambiente, inclusione e distribuzione del valore.

Nel lessico economico contemporaneo la responsabilità sociale d’impresa sembra sempre meno vicina a quella sorta di ornamento reputazionale ipotizzato da numerosi detrattori e sempre più coincidere con una misura concreta della qualità del capitalismo. In uno scenario mondiale segnato da guerre commerciali, instabilità geopolitica, crisi climatiche e nuove fratture sociali, alle imprese è lo stesso mercato che non chiede soltanto di produrre utili, quanto piuttosto di dimostrare quale idea di futuro ritengano sostenibile.
Anche la crescita, infatti, potrebbe non essere più sufficiente se il prezzo da pagare è il consumo irreversibile di risorse naturali, l’impoverimento del lavoro o la concentrazione di ricchezza e potere in forma oligarchica. Le aziende si trovano oggi al centro di questa contraddizione data da una specie di doppio ruolo: da una parte attori decisivi dell’innovazione, dall’altra responsabili degli effetti che generano su ambiente, società e distribuzione del valore.

La questione ambientale è sicuramente il primo banco di prova. Il cambiamento climatico non è più una previsione scientifica da convegno, ma un fattore che entra nelle filiere, modifica i costi, interrompe la produzione, colpisce agricoltura, infrastrutture e comunità. Secondo UNEP (agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di questioni ambientali), i fabbisogni di finanza per l’adattamento nei Paesi in via di sviluppo potrebbero raggiungere tra 310 e 365 miliardi di dollari l’anno entro il 2035, a fronte di flussi pubblici internazionali molto inferiori. Questo divario dice una cosa semplice: il mercato, da solo, non corregge gli squilibri che esso stesso contribuisce ad aggravare. La responsabilità sociale d’impresa, quindi, non può ridursi a una semplice narrazione di uno status o a una rappresentazione di bilancio, ma deve tradursi in scelte industriali verificabili, investimenti in efficienza, decarbonizzazione, economia circolare, tutela delle risorse e resilienza delle catene di fornitura.
Ma l’ambiente è inseparabile dalla questione sociale. La transizione ecologica, se mal governata, rischia di produrre nuovi esclusi a livello globale: territori marginali, lavoratori poco qualificati, famiglie già esposte all’aumento del costo della vita. Per questo la sostenibilità diventa un progetto di inclusione. Sempre più spesso in varie zone del mondo il welfare pubblico arretra, mentre crescono vulnerabilità educative, sanitarie e occupazionali. In questo vuoto, le imprese non possono sostituirsi allo Stato, ma possono assumere un ruolo di responsabilità: salari dignitosi, formazione continua, sicurezza, pari opportunità, conciliazione tra vita e lavoro, sostegno alle comunità locali. È qui che si misura la differenza tra un’impresa che sfrutta il contesto e un’impresa che lo rafforza.
Il nodo più delicato resta quindi la distribuzione della ricchezza. Negli ultimi anni una parte crescente del valore creato dall’economia globale si è concentrata in pochi grandi gruppi, mentre i redditi da lavoro hanno faticato a tenere il passo con produttività, inflazione e rendite finanziarie. In questo quadro di polarizzazione del mercato, parlare di responsabilità sociale significa prima di ogni altra cosa interrogarsi su come il valore venga condiviso lungo tutta la catena: tra azionisti e dipendenti, tra impresa capofila e fornitori, tra centro e periferia del mondo.
La vera reputazione non nasce dalla filantropia occasionale, ma da un modello quotidiano che adatti i processi in modo rispettoso. Questo perché oggi lo stesso concetto di responsabilità sociale d’impresa si sta muovendo in un contesto ambiguo. Mentre cresce la domanda di trasparenza su clima, diritti e governance, si osserva anche un ritorno di scetticismo verso l’agenda ESG, soprattutto dove il breve termine politico ed economico tenta di rallentare gli impegni di sostenibilità. È un passaggio cruciale: proprio quando il mondo appare più esposto a shock ambientali e disuguaglianze, sarebbe miope considerare la responsabilità come un costo e non come un’infrastruttura di stabilità. Le imprese che comprenderanno questo nesso avranno non solo maggiore credibilità, ma anche maggiore capacità di resistere ai rischi sistemici.

In definitiva, forse la responsabilità sociale d’impresa si è evoluta nei suoi principi diventando forma avanzata di realismo economico. Per classificare correttamente il ruolo di ogni operatore sul mercato globale non è più prioritario (ammesso che in passato lo fosse) rispondere a domande sul livello di produzione e commercializzazione di prodotti e servizi. Oggi più che mai occorre chiedersi come il ruolo si manifesti concretamente, con quali finalità e soprattutto con quali conseguenze sul mondo circostante e nell’ottica globale.